Minerali per l’Industria
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13 Marzo, 2017

 

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Capitolo 2: Analisi aggregata delle imprese associate

 

Allo stato attuale,  il settore estrattivo italiano attraversa un momento critico dovuto sia a fattori culturali che economico-produttivi. Da un lato, vi è una diffusa percezione negativa da parte dell’opinione pubblica, che sta ormai colpendo tutte le attività industriali e con particolare forza quelle minerarie; dall’altro, un’anemica crescita economica e la sempre più spinta concorrenza estera riducono i margini per nuovi investimenti produttivi. Tutto ciò si traduce in un progressivo smarrimento della cultura mineraria che da oltre un secolo ha caratterizzato  il nostro paese. L’esaurimento dei giacimenti metalliferi e la graduale chiusura delle miniere carbonifere sono il simbolo di un mondo che scompare e che porta con sé preziose competenze tecniche, numerosi posti di lavoro e strutture sociali che hanno contraddistinto  interi territori. Senza contare che ogni razionale politica economica dovrebbe favorire la produzione interna alle importazioni, specie quando l’approvvigionamento è vitale per lo sviluppo di un paese.

 

Il presente capitolo si propone di delineare le principali caratteristiche del settore dei minerali industriali italiano così come rappresentato dalle 12 compagnie associate ad Assomineraria3 che estraggono dal sottosuolo nazionale minerali destinati a processi industriali ad alto valore aggiunto.  Il campione preso in considerazione è composto da imprese molto diverse tra loro per dimensione, tipologia di minerale estratto, grado di integrazione e di internazionalizzazione, ma anche per la fase operativa che stanno attraversando. Si va da grandi società italiane con diversi sedi all’estero a multinazionali estere che hanno aperto importanti “costole” in Italia, sino a piccolissime realtà che occupano mercati di nicchia strettamente locali. Vi sono poi imprese che stanno terminando la loro tradizionale attività in risposta a vincoli di tipo normativo e altre che attendono di avviare per la prima volta le operazioni di estrazione sul territorio italiano.
 

Considerata la scarsità, a livello italiano, di studi che monitorano  il comparto delle materie prime destinate all’industria, l’analisi che segue ambisce a rappresentare un primo passo in questa direzione:  il campione esaminato è infatti prevalentemente costituito da imprese afferenti alla categoria, nonostante includa al suo interno anche realtà che estraggono dal sottosuolo minerali energetici e metalliferi solidi o recuperano anidride carbonica da fluidi geotermici.

 

L’analisi svolta, i cui dati vengono presentati a livello aggregato, è di tipo field: si basa infatti sulle risultanze di questionari creati ad hoc e singolarmente somministrati alle imprese associate tra maggio e settembre 2016. Le domande sono state costruite con la finalità di indagare il settore attraverso 5 principali ambiti:

 

1) dati produttivi ed economici relativi alle attività svolte in Italia;

 

2) gestione dell’offerta: integrazione nel tessuto economico locale, localizzazione geografica dei clienti, modalità di trasporto del materiale estratto, vendita sui mercati esteri di minerali estratti in Italia;

 

3) competitività: analisi qualitativa dei principali fattori che si ritengono incidere sulla competitività aziendale, con indicazione dei punti di forza e degli ambiti su cui vi è interesse ad investire nel breve termine;

 

4) salute e sicurezza dei lavoratori;

 

5) sostenibilità e ambiente: al fine di mettere in luce le principali strategie e azioni intraprese in materia.
 
La struttura del lavoro è stata decisa con la finalità di descrivere le principali caratteristiche del settore attraverso la disamina delle performance e dei comportamenti delle imprese associate, fornendo indicazioni sul relativo stato di salute, sulla loro capacità di trasformare in ricchezza le materie estratte, sulle scelte strategiche adottate in materia di investimento.

 

Il quadro che ne esce è quello di un settore resiliente nonostante  il contesto di crisi che va attraversando ormai da tempo il mondo delle materie prime minerarie. Un settore reattivo, che non indugia sulla crisi ma diversifica, che migliora il suo prodotto finale attraverso innovazioni costanti e che punta in misura crescente al risparmio energetico e alla salvaguardia dell’ambiente, in evidente contrasto con la tradizionale percezione che l’opinione pubblica ha sulle attività di estrazione.

 

2.1 Dati produttivi ed economici

 

Come anticipato, la prima sezione del questionario è stata concepita per inquadrare le imprese del campione in termini produttivi e dimensionali (fatturato ed occupati); le risposte ottenute hanno permesso di fotografare la situazione attuale, delineare le dinamiche più recenti e formulare alcune considerazioni sulle evoluzioni attese.

 

Produzione: andamento costante, con previsioni di crescita

 

Sono 33 i siti attualmente produttivi, di cui 10 cave e 23 miniere; 19 di questi ospitano anche infrastrutture per la trasformazione in loco dei minerali estratti. La maggior parte delle associate opera più di due siti, mentre solo una ne possiede più di 4.

 

Da questa prima indagine di base sono stati esclusi i siti ad oggi non sfruttati che riguardano, nello specifico, 3 imprese. Le motivazioni della non operatività sono diverse: in 2 casi si attende l’autorizzazione definitiva ad avviare i lavori, mentre per una delle associate l’interruzione delle operazioni è ascrivibile all’imminente chiusura del sito produttivo in ottemperanza a disposizioni normative legate alla sua economicità.

 

 

 

 

Cava o miniera?

Nell’immaginario collettivo, la distinzione tra cave e miniere viene attribuita erroneamente al fatto che il sito sia localizzato all’aperto o in sotterraneo. La differenza dipende invece dalla tipologia merceologica del minerale estratto e viene sancita dal Regio Decreto n.1443 del1927 (aggiornato e coordinato al D. Lgs. 4 agosto 1999, n.213), che tuttora regolamenta le attività minerarie sul territorio nazionale. Tale normativa riflette le esigenze storiche del primo Dopoguerra e classifica i minerali in due categorie: strategici (prima categoria) e meno strategici (seconda categoria). Secondo tale distinzione, si considerano miniere quei siti presso i quali si estraggono minerali di prima categoria intesi come minerali energetici, minerali metalliferi e alcuni minerali industriali mentre vengono identificati come cave i siti estrattivi dedicati ai minerali di seconda categoria.Una simile classificazione portò quindi a tenere un’elencazione più tassativa delle miniere, i cui materiali erano ritenuti più importanti. Ad oggi la situazione è ben diversa: con l’esaurimento della maggior parte delle miniere, il valore delle cave (si pensi  alle pietre ornamentali quali marmo e granito) risulta superiore e con esso anche l’interesse a catalogarle.La maggior parte dei minerali per l’industria (feldspato, caolino, bentonite, salgemma, talco, argilla) ricade nei minerali di prima categoria mentre solo il calcare, la perlite e le sabbie ricavate dalla lavorazione del quarzo (cd. sabbie silicee) ricadono in quelli di seconda categoria. Dopo un graduale passaggio di competenze dallo stato agli enti territoriali, che tuttavia non ne ha modificato la classificazione, ad oggi sia cave che miniere ricadono nelle materie disciplinate dalle regioni che svolgono anche funzioni di polizia mineraria.

 

 

Con riferimento alla localizzazione geografica, la maggior parte delle cave/miniere del campione si concentra nelle regioni del centro-nord (46%): il Piemonte si colloca in prima posizione con 12 siti, seguito – quasi a pari merito – dalla Sardegna che ne ospita 11. Al Sud, ad eccezione di Sardegna e Calabria, non si registrano siti minerari posseduti dalle imprese associate.
 
Di particolare interesse l’analisi dei volumi estratti. Con 7,1 milioni di tonnellate (esclusi inerti), le aziende oggetto di studio rappresentano  il 70% della produzione italiana di minerali industriali così come calcolata dal World Mining Data4 che classifica una lista di minerali industriali prevalentemente compatibile con quelli prodotti dalle associate. Tuttavia, il settore estrattivo italiano comprende numerosi “altri minerali da cava e miniera” che – in base alla classificazione Istat – includono, tra gli altri, pietre ornamentali, marmi e travertini, pietre da costruzione; se si considerasse il più ampio aggregato di risorse non energetiche e non metallifere definito dall’ente statistico nazionale,  il peso delle imprese di Assomineraria risulterebbe quindi significativamente inferiore e prossimo al 5% del volume estratto in Italia.

 

Circa il campione  esaminato, le quantità prodotte variano significativamente da impresa a impresa: si passa da realtà che estraggono volumi inferiori a 50.000 tonnellate ad altre che superano  i 2 milioni. Negli ultimi tre anni, arco temporale sul quale è stato possibile raccogliere i dati da tutte le imprese, si nota una tendenziale benché contenuta crescita (+2%) dei volumi estratti, in netto contrasto con l’andamento nazionale del comparto nel suo assieme che evidenzia un forte calo (–33%)5. Un dato positivo sostenuto sia dall’apertura di nuovi siti – che ha più che compensato la contemporanea chiusura di altri – che dalla qualità dei prodotti offerti tale da determinare, in alcuni casi, un aumento della domanda. Nel breve termine, considerando l’entrata in esercizio di nuovi siti produttivi, è ragionevole prevedere una crescita dei volumi complessivi estratti.
 
In relazione ai singoli minerali che compongono il portafoglio delle associate, la tendenza generale è indicativa di una produzione stabile o in leggero aumento, mentre in nessun caso si riscontra un calo sensibile. Sabbie silicee, salgemma, feldspato e calcare rappresentano l’86% del materiale estratto. Rileva, infine, sottolineare come il campione esaminato risulti prevalentemente caratterizzato da imprese monominerale: 8 associate su 12 sono – o saranno nel momento in cui avranno ottenuto l’autorizzazione ad operare – specializzate nell’estrazione e trasformazione di una sola materia prima. Le 4 imprese che residuano presentano invece un portafoglio più ampio, in taluni casi motivabile con l’appartenenza del materiale estratto alla stessa classe mineralogica (eventuale presenza di minerali associati) e/o con l’utilizzo dei prodotti offerti nell’ambito della medesima industria (identità di destinazione commerciale).

 


 
Fatturato in tenuta: tra buone performance e diversificazione

 

Negli ultimi tre anni, il fatturato delle imprese del campione è rimasto pressoché stabile, in contrasto con il trend nazionale che ha visto il settore dell’estrazione di minerali non energetici e non metalliferi in netto ridimensionamento (–30%). La buona performance complessiva si può ascrivere al positivo andamento della produzione, ad un efficiente controllo dei costi e – in alcuni casi – al perseguimento di strategie di diversificazione delle attività e conseguentemente del reddito. Anche sul fronte occupazione, le associate hanno registrato risultati migliori rispetto al dato settoriale italiano di riferimento: mentre a livello nazionale  il comparto ha segnato una riduzione del 30%, gli occupati delle imprese del campione hanno subìto un calo più contenuto e pari, a livello aggregato, al 15%.

 

Come anticipato, la diversificazione delle fonti di reddito si è rivelata una strategia percorsa da diverse realtà indagate. Nel dettaglio, al campione di imprese è stato chiesto in che misura le attività diverse da quella mineraria – estrazione e trattamento di minerali inteso come primo processo di lavorazione del minerale grezzo – concorrono alla formazione dei ricavi. È emerso che il 50% delle associate è impegnato in attività collaterali; di queste, la metà è coinvolta in business che hanno un peso superiore al 50% del fatturato aziendale.
 
 
Tale scelta è prevalentemente figlia della crisi del 2008 che ha spinto le imprese a diversificare le fonti di reddito sia attraverso un ampliamento delle proprie aree di attività che impiegando i propri macchinari in usi alternativi. Tra le diverse strategie perseguite rientrano: l’integrazione verticale, arrivando a controllare le fasi a valle del processo produttivo fino alla commercializzazione di prodotti per il mercato retail; la conversione di una parte dei macchinari esistenti destinandoli al trattamento di materie prime secondarie e/o scarti (valorizzazione di rifiuti industriali); la vendita di macchinari a imprese terze, generalmente appartenenti ad altri settori o che comunque operano in mercati (geografici o finali) differenti; lo smaltimento di rifiuti provenienti da altre aziende; la lavorazione di minerali estratti da siti esteri.

 

2.2 – Gestione dell’offerta
 
La seconda sezione del questionario ha indagato le modalità con cui l’offerta incontra la domanda. In particolare, si è inteso analizzare gli aspetti principali della commercializzazione delle materie prime e, specificamente, lintegrazione nel tessuto economico locale, la localizzazione geografica della clientela, le modalità di trasporto adottate dalle imprese. Infine, si è cercato di valutare l’incidenza del mercato estero sul fatturato del campione, facendo unicamente riferimento all’esportazione di minerali estratti in Italia: precisazione necessaria in quanto diverse imprese associate hanno anche sedi all’estero dove svolgono attività di estrazione analoghe a quelle condotte sul territorio nazionale.

 

Clientela diffusa, focalizzata in Italia ma con un piede all’estero

 

Sin dalle sue prime fasi di sviluppo, a cavallo tra il XIX e XX secolo, l’attività mineraria ha rappresentato un importante fattore di propulsione per la nascita di diverse produzioni industriali che hanno trovato, nei territori interessati, l’ambiente ideale per espandersi e consolidarsi. Ciò ha favorito la nascita di numerosi distretti e aggregazioni locali di imprese specializzate – specialmente nel campo della ceramica e del vetro – ancora oggi considerati realtà industriali di grande pregio e rappresentative del Made in Italy nel mondo. È accaduto, ad esempio, per il distretto ceramico di Sassuolo che si è sviluppato a seguito della presenza di depositi di argilla nelle vicinanze, tipologia di minerale sfruttato ad inizio Novecento per la produzione di ceramica.

 


Oggi il processo sembra essersi invertito. Da una parte, sono le imprese minerarie che hanno interesse ad avvicinarsi al cliente, aprendo sedi commerciali o stabilimenti di trasformazione in prossimità di importanti mercati finali. Non fanno eccezione le realtà del campione esaminato che, in diversi casi, hanno operato scelte strategiche in questa direzione. Dall’altra, è la stessa clientela a non essere particolarmente incentivata a localizzarsi nelle vicinanze dei siti minerari in quanto, in diversi casi, il prodotto finale è composto da una pluralità di materie prime, dislocate in diverse aree del territorio nazionale.
 
Le dinamiche descritte trovano riscontro nell’analisi della localizzazione geografica dei clienti delle imprese associate. Mentre solo il 21% della domanda si concentra nella regione di estrazione, il 49% si distribuisce tra gli altri territori regionali italiani e il 30% riguarda l’estero.

Circa la tipologia servita, dalle interviste effettuate emerge come buona parte dei minerali estratti siano destinati ad importanti distretti industriali o ad altre forme di aggregazioni locali di imprese. In particolare, il distretto ceramico di Sassuolo è rifornito dalla maggior parte delle imprese del campione; più in generale, l’Emilia Romagna rappresenta un importante mercato di destinazione, potendo anche annoverare la presenza di agglomerati di imprese specializzate nella ceramica intorno a Imola, Faenza, Reggio Emilia. Il fatto che in questa regione vi sia un solo sito produttivo avvalla la considerazione di cui sopra, secondo cui la clientela delle imprese esaminate tende a localizzarsi al di fuori del territorio di estrazione.

 

Tra gli altri principali mercati finali, spicca il distretto di Civita Castellana caratterizzato da una concentrazione di aziende specializzate nelle produzioni ceramiche e, in particolare, negli articoli igienico-sanitari, stoviglierie e piastrelle.

 

Anche il mercato estero ha un ruolo complessivamente rilevante, assorbendo il 30% dei clienti delle imprese del campione. Il dato aggregato sottende, tuttavia, dinamiche aziendali molto differenti; a fronte di imprese che operano esclusivamente in Italia (4 sulle 9 che hanno siti attualmente in produzione), vi sono realtà per le quali i mercati oltre confine rappresentano la destinazione principale: in 3 casi, infatti, l’export incide per oltre la metà del fatturato aziendale e in altri 2 ha un’incidenza superiore al 20%.

 

L’ultimo ambito indagato nella sezione relativa alla gestione dell’offerta riguarda le modalità di trasporto dei volumi estratti: i risultati emersi dalle interviste ne evidenziano la stretta correlazione con la localizzazione geografica sia dei giacimenti produttivi – spesso situati in luoghi di montagna poco accessibili – che della clientela, ampiamente diffusa sul territorio nazionale. Non stupisce quindi che la principale modalità di trasporto sia la gomma, più versatile rispetto agli altri mezzi. A seguire rotaia e tubo. L’intermodale è ancora raramente utilizzato dalle imprese del campione, ma viene considerata una modalità cui si farà sempre più ricorso in futuro, sia per ragioni di ordine economico che ambientale. Tale scenario implica, tuttavia, la realizzazione di opportuni investimenti infrastrutturali volti a migliorare, laddove necessario,  i collegamenti  ferroviari.

 

2.3 – Competitività
 
La terza sezione del questionario ha indagato  i principali fattori in grado di incidere sulla competitività aziendale attraverso un’analisi qualitativa dei punti di forza e degli ambiti su cui vi è interesse ad investire nel breve termine. Attraverso lo strumento dell’autovalutazione, alle imprese è stato chiesto di associare un punteggio da 1 a 5 a ciascun item proposto, dove 1 rappresenta il gradimento minimo e 5 il massimo.

 

I punti di forza: la qualità prima di tutto

 

Il campione  esaminato premia la qualità sia in termini di capitale umano che di prodotto offerto. L’attenzione alle richieste del mercato, orientate sempre più verso prodotti customized e di alto livello qualitativo, nonché le esigenze di diversificazione produttiva emerse in seguito alla crisi economica del 2008, hanno contribuito ad accrescere l’importanza della Ricerca & Sviluppo e della valorizzazione delle risorse umane. Negli ultimi anni, le imprese indagate hanno puntato al rafforzamento della qualità come tratto aziendale distintivo e il perfezionamento del prodotto ne rappresenta l’asse portante: lo dimostrano l’apertura di linee di lavorazione specifiche, il lancio di nuovi prodotti per applicazioni settoriali ad alto valore aggiunto, l’ottenimento di certificazioni per rispondere alle esigenze di mercati di nicchia. La ricerca di nuove applicazioni e di nuovi prodotti è stata possibile anche grazie alla disponibilità di personale qualificato su cui le imprese investono in modo continuo tramite corsi di formazione e di aggiornamento professionale.

 

 

Se si osservano le risultanze dell’indagine, dopo il fattore qualità, il punteggio cumulato più alto ha riguardato l’accesso al credito. Dalle risposte emerge come la maggioranza del campione lo consideri un aspetto che non pregiudica in alcun modo le decisioni di investimento, indubbio segnale di solidità finanziaria. Metà del campione attribuisce una valutazione elevata anche alla varietà dei prodotti. In questo 50% rientrano realtà molto diverse tra loro: si va da imprese che estraggono più minerali ad aziende monominerale che, tuttavia, diversificano il prodotto offerto, ad esempio proponendolo in diverse granulometrie a cui sono associate differenti applicazioni pratiche e quindi diversi mercati finali.

 

A pari merito con la varietà, si posizionano i costi di produzione: il 50% del campione li identifica come punto di forza, sottolineando gli sforzi profusi per tenerli sotto controllo, attraverso politiche di efficienza e processi di riorganizzazione aziendale. Altre imprese indicano, invece, la loro riduzione come una delle principali sfide da affrontare nel breve periodo per il rilancio della propria competitività.  Ci sono anche casi in cui costi di produzione più elevati non sono ascrivibili ad una ridotta efficienza delle operazioni ma ad una scelta strategica ben definita: quella di preferire una struttura decentrata con più stabilimenti geograficamente dislocati, privilegiando la vicinanza alla clientela rispetto alle economie di scala che si conseguirebbero con pochi impianti di grandi dimensioni.

 

Innovazione e territorio alla guida delle scelte di investimento

 

Interessante anche l’esito della valutazione degli ambiti su cui le imprese intendono investire nel breve termine. Per i tre quarti del campione, l’innovazione di processo e le relazioni col territorio sono gli obiettivi strategici da perseguire nei prossimi 2-3 anni.

 

La spinta innovatrice, per aziende che destinano i loro prodotti verso mercati ad alto valore aggiunto, rappresenta una priorità e rimarrà tale anche nel prossimo futuro.

 


Molte aziende sono impegnate da tempo nella realizzazione di innovazioni di processo, volte sia ad aumentare i controlli e la sicurezza delle operazioni sia a migliorarne l’efficienza e ridurne l’impatto ambientale. Tra le principali iniziative, si citano l’introduzione di elevati gradi di automazione, l’adozione di attività di controllo just in time, l’avanzamento tecnologico delle apparecchiature (ad esempio negli impianti di trattamento e di macinazione), la tracciabilità delle fasi di lavorazione. In taluni casi, grazie agli sviluppi tecnologici conseguiti, sono stati introdotti procedimenti altamente innovativi, tali da essere considerati unici al mondo e/o annoverati come best practices per l’intero settore estrattivo.

 

Nel caso delle relazioni territoriali, la maggior parte delle aziende ritiene fondamentale rilanciare o, in alcuni casi, ripristinare, i rapporti con le istituzioni locali e la popolazione che vive nei luoghi adiacenti ai siti minerari in chiave collaborativa e sinergica. Le imprese sono già intervenute con iniziative a favore del territorio in diversi ambiti, tra cui la sponsorizzazione di eventi e la promozione di manifestazioni turistiche e culturali. Non stupisce, pertanto, che le relazioni col territorio siano considerate una variabile importante per il rafforzamento della competitività aziendale.

 

Vengono indicati come importanti ambiti di investimento anche la formazione delle risorse umane, che le imprese sottolineano essere continua ed in linea con la grande importanza assegnata alla qualità del personale, e gli interventi in ambito energetico: tutti aspetti che concorrono alla riduzione dei costi aziendali attraverso un aumento del rendimento del capitale umano, un incremento dell’efficienza energetica e, in alcuni casi, tramite la costruzione di impianti di cogenerazione. In generale, emerge un forte orientamento al miglioramento dell’organizzazione aziendale, in termini di processi produttivi, risorse umane, costi operativi: l’efficienza è considerata un elemento di cruciale importanza per essere competitivi, soprattutto rispetto a quei paesi dove i costi, principalmente  della manodopera e dell’energia, sono più bassi che in Italia.

 

Risulta curioso non ritrovare tra le priorità di investimento di breve termine la qualità del prodotto, citata come punto di forza dalla quasi generalità del campione nonché aspetto su cui si gioca la competitività delle imprese che operano in Italia. La motivazione risiede nel fatto che i già elevati standard qualitativi raggiunti non richiedono ulteriori interventi nell’arco di 23 anni; la qualità dei prodotti offerti viene di fatto considerata un obiettivo strategico da perseguire in modo costante nel tempo. A suffragare questa affermazione, le numerose certificazioni di qualità che caratterizzano il campione di riferimento.

 

Un ampio ventaglio di certificazioni: prevalgono qualità e HSE

 

Il sistema delle certificazioni è essenzialmente su base volontaria ed ha lo scopo di assicurare che il prodotto fornito dall’azienda sia conforme a specifici requisiti. In questo modo, l’azienda che si certifica può godere di una serie di vantaggi dovuti sia al miglioramento dell’immagine e del rapporto di fiducia con clienti e fornitori che ad una maggiore efficienza derivante dall’adeguamento a modelli organizzativi sperimentati e ampiamente riconosciuti. In taluni casi, le certificazioni sono un passaggio obbligatorio se si vogliono conquistare determinate nicchie di mercato che richiedono specifici requisiti nel processo produttivo; un esempio è la certificazione Kosher nel settore alimentare che serve ad assicurare la conformità del prodotto alle regole della religione ebraica in tema di alimentazione. Le certificazioni detenute dalle imprese sono in totale 42 e il 60% del campione ne conta più di 3, fino ad arrivare ad un massimo di 8 per un’impresa.

 

Come anticipato, la maggior parte riguarda la qualità, con prevalenza del sistema di gestione qualità ISO 9001:2008 e delle marcature dei prodotti CE. Segue l’ambito Health Safety and Environment (HSE), dove prevalgono  il sistema di gestione ambientale ISO 14001:2004 e il sistema di gestione della salute e della sicurezza dei lavoratori OHSAS 18001:2007.

 

Alcune imprese possiedono anche certificazioni specifiche per i mercati in cui operano: in campo farmaceutico, ad esempio, vengono seguite le linee guida IPEC-GMP, mentre in ambito alimentare si distinguono diversi sistemi di certificazione, specie quelli relativi alla sicurezza igienico-sanitaria degli alimenti.

 


 

Le certificazioni delle imprese Assomineraria 
Quality / Qualità  
ISO 9001:2008 Sistema di gestione per la qualità
Kosher Conformità alle regole della religione ebraica in tema di alimentazione
IPEC-GMP Linee guida sulla qualità degli eccipienti farmaceutici
SEDEX Scambio etico di dati tra fornitori
EN 13139 Marcatura CE degli aggregati per malta
EN 12620 Marcatura CE degli aggregati per calcestruzzo
EN 13043 Marcatura CE degli aggregati per miscele bituminose
EN 13242 Marcatura CE degli aggregati per materiali non legati e legati con leganti idraulici per l’impiego in opere di ingegneria civile
  Marcatura CE per geosintetici6
  Marcatura CE per materiali inerti
HSE  
ISO 14001:2004 Sistema di gestione ambientale
ISO 22000 Sistema di gestione della sicurezza nel settore agroalimentare
OHSAS 18001:2007 Sistema di gestione per la salute e sicurezza sul lavoro
FAMI QS Standard internazionali per la sicurezza igienico-sanitaria nella filiera mangimistica
HACCP Sistema di analisi dei rischi e controllo dei punti critici per prevenire contaminazioni nel settore alimentare
Energy / Energia  
ISO 50001 Sistema di gestione dell’energia
Certificate of Excellence / Certificato di eccellenza  
  Sistema di gestione qualità, ambiente, sicurezza7
Social Accountability   
SA 8000: 2008 Responsabilità sociale d’impresa

                                                                          



2.4 – Salute e sicurezza dei lavoratori

 
Nel corso dell’indagine, delle interviste e delle visite in loco è emerso un ulteriore aspetto, inizialmente non previsto nel questionario, che tuttavia costituisce uno dei punti più sentiti dall’intera industria estrattiva. Si tratta delle procedure che salvaguardano la salute e la sicurezza del personale che opera nelle cave e nelle miniere nonché negli impianti di macinazione, essiccamento e impacchettamento. Un tema che in passato è stato spesso identificato come nota dolente per il settore e che adesso, invece, viene considerato dalle aziende stesse un impegno imprescindibile.

 

A differenza di altri comparti industriali, le pratiche e gli interventi messi in campo dalle aziende minerarie sono rivolti quasi esclusivamente ai propri lavoratori. Questo si verifica perché la maggior parte dei rischi connessi all’estrazione e alla lavorazione dei minerali ricade su chi vi opera fisicamente. Gli aspetti più delicati e comuni a tutte le attività riguardano la respirazione delle polveri e la movimentazione di carichi pesanti; a questi si aggiungono i rischi legati ad attività specifiche quali l’impiego degli esplosivi, la manutenzione delle miniere sotterranee e il trattamento di inerti potenzialmente tossici.

 

Sotto l’impulso della normativa, e talvolta in anticipo su di essa, tutte le aziende hanno investito sulla formazione dei propri dipendenti in modo da accrescere la consapevolezza sulle possibili cause di pericolo derivanti dalle attività svolte. La maggior parte di esse si sono, inoltre, dotate di procedure di lavoro standard che consentono  di minimizzare i rischi, identificare eventuali anomalie e monitorare le performance in termini di infortuni ed eventi negativi. Contestualmente, il miglioramento dei siti e degli stabilimenti e l’acquisto di nuovi macchinari e attrezzature hanno consentito una maggior protezione sulle attività svolte con maggiore frequenza. In questo senso, una maggiore attenzione si è osservata sia nelle miniere sotterranee, dove il passaggio dalle armature tradizionali alle armature moderne ha di fatto azzerato la microinfortunistica,  sia nei siti estrattivi a cielo aperto dove, anche per ragioni di ordine ambientale, si è provveduto a diminuire l’altezza dei gradoni e a favorire l’accessibilità del fronte di cava. Un ulteriore impegno ha riguardato la prevenzione degli eventi che potrebbero mettere in pericolo i dipendenti  (sismi, allagamenti, fuoriuscite di sostanze dannose, etc.) e il monitoraggio  delle variabili ambientali sensibili per la salute umana (inquinamento, emissioni sostanze tossiche, polveri). Atteggiamento che, oltre a ridurre la probabilità che si manifestino episodi negativi, ha accresciuto  la cultura della sicurezza nei lavoratori, spesso coinvolti nelle procedure di verifica, controllo e reporting.

 

 

La questione delle polveri e l’accordo NePSi

Il problema  della respirazione delle polveri ha rappresentato per anni uno dei maggiori rischi delle attività estrattive. La ricerca di una sua soluzione non si è esaurita in un mero adempimento normativo, al contrario è uno dei temi che hanno contraddistinto una delle più interessanti e recenti esperienze di responsabilità industriale. Quando infatti, nel 1997, l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro sollevò il problema dei possibili effetti cancerogeni dell’inalazione di silice cristallina sotto forma di quarzo o cristobalite, le principali associazionidi categoria e organizzazioni sindacali dei settori coinvolti proposero una piattaforma di dialogo finalizzata a trovare una soluzione. Si partì dal presupposto che la silice, essendo essenziale per un largo numero di imprese e attività professionali, non potesse essere sostituita e che quindi fosse necessario accordarsi su misure, appropriate e credibili, atte a migliorare le condizionidi salute nelle aziende dove l’esposizione alla silice cristallina respirabile rappresentava un problema. Sotto l’egida della Commissione Europea nacque così la piattaforma NePSi (The European Network on Silica) che racchiude al suo interno il comparto degli aggregati, della ceramica, della fonderia, del vetro, dei minerali industriali (rappresentati da IMA Europe), della lana minerale, delle miniere, delle malte, del beton prefabbricato, dell’industria dell’ingegneriae tecnologia. A questa grande “famiglia” si deve la sottoscrizione  dell’Accordo sulla protezione della salute del lavoratore attraverso la buona gestione ed il buon uso della silice cristallina e dei prodotti che la contengono, siglato nel 2006 dopo sei mesi di negoziazione. L’Accordo è stato sottoscritto volontariamente da tutte le imprese che operano nei settori di cui sopra e si basa su 4 linee guida: monitoraggio delle polveri, sorveglianza sanitaria, formazione, ricerca. Con il risultato  che, eliminando l’esposizione, si è scongiurata l’imposizione di un limite di esposizione alle polveri e le relative limitazioni alla produzione industriale. Per quanto riguarda l’Italia, le imprese associate ad Assomineraria soggette al problema della silice cristallina respirabile sono firmatarie dell’Accordo.

 

 

2.5 – Sostenibilità e Ambiente

 

La quinta e ultima sezione del questionario ha affrontato  il tema della sostenibilità: una tematica che si è imposta al centro delle politiche e del dibattito pubblico occidentale ormai da diversi decenni. Da qui, il crescente interesse verso le ricadute ambientali e climatiche delle attività antropiche che, spesso su basi pregiudizievoli, infondate e disinformate, si è tradotto in una percezione generalmente negativa da parte del cittadino medio nei confronti dell’industria nel suo complesso. In particolare, per quanto concerne lo sfruttamento delle risorse minerarie, si è recentemente assistito ad una crescente opposizione pubblica che trae origine da un’esclusiva valutazione delle esternalità negative associate alle attività estrattive (sfruttamento del suolo, polveri, rumori, traffico di mezzi pesanti, trasformazione morfologica del territorio) ma che non tiene conto degli sforzi profusi dalle imprese per ridurne al minimo gli effetti.

 

Nonostante la crescente attenzione verso la mitigazione degli impatti ambientali di tali attività, il settore sconta alcune scelte compiute in passato e che hanno riguardato, in special modo, comparti afferenti alle pietre ornamentali e da costruzione. Negli anni ‘60-‘70, infatti, la negligenza di diversi operatori relativamente ai ripristini ambientali, associata ad uno scarso controllo dello Stato, ha minato l’immagine di un settore che storicamente convive in modo sostanzialmente pacifico coi territori regionali in cui opera.

 

Interventi concreti, sostenuti da ragioni etiche e reputazionali

 

In un simile contesto, non stupisce che dall’indagine relativa alle politiche di sostenibilità intraprese dalle associate ad Assomineraria emerga una profonda attenzione verso le variabili ambientali e sociali. Relativamente alle motivazioni che spingono le imprese ad avviare questo genere di iniziative, la quasi totalità del campione – interpellato attraverso lo strumento dell’autovalutazione – ha indicato il fattore reputazionale e considerazioni di carattere etico, mentre la riduzione dei costi di produzione non viene quasi mai associata ad obiettivi di sostenibilità. Le esigenze della clientela sono, invece, un incentivo importante per quelle aziende che operano (anche o solo) in mercati di nicchia o che commercializzano un prodotto ad alto valore aggiunto e con specifici requisiti determinati dal settore cui è destinato. Anche il ruolo della normativa non viene giudicato in modo uniforme: la maggior parte delle imprese non ritiene che le iniziative di sostenibilità siano collegate al rispetto della normativa vigente bensì, piuttosto, alla volontà di anticipare i vincoli legislativi.

 

Limpegno delle associate ad Assomineraria in materia di sostenibilità si evince chiaramente dalle numerose iniziative intraprese in campo sociale ed ambientale; alcune di queste hanno una rilevanza e una portata innovativa tali da rappresentare vere e proprie best practices per l’intero settore estrattivo, anche oltre i confini nazionali. Le risultanze emerse dalla sistematizzazione delle risposte fornite dalle aziende del campione porta a definire 4 principali ambiti di intervento:

» Ripristino ambientale;

» Attività di mitigazione dell’impatto ambientale diverse dal ripristino;

» Efficienza e risparmio energetico;

» Iniziative sociali sul territorio.

 

In linea con la normativa, gli interventi più ricorrenti riguardano  il ripristino dei siti estrattivi che, per quelli all’aperto, consiste nella piantumazione di specie arboree autoctone e in un graduale ritorno alla morfologia dei territori precedente all’avvio delle attività estrattive. Le operazioni di recupero, a differenza di quello che avveniva in passato, si svolgono in concomitanza con le attività di scavo e non solamente a sito esaurito. Questo permette di ottenere il rinverdimento in minor tempo, di spalmare i costi su un arco temporale più ampio e quindi di ridurre il rischio di inadempienza da parte delle imprese. Inoltre, capita spesso che le azioni di rimboschimento e di manutenzione non si limitino al fronte di cava bensì coinvolgano l’intera concessione mineraria, specie se si tratta di un sito di dimensioni rilevanti. In alcuni casi eccezionali, al ripristino ha fatto seguito la valorizzazione ambientale dell’area produttiva dismessa, trasformata in un vero e proprio centro di interesse biologico, agricolo o zootecnico.

 

Tra le attività di mitigazione dell’impatto ambientale diverse dal ripristino si citano, in primo luogo, il trattamento e lo smaltimento dei rifiuti e delle acque di scarico, dove per rifiuti si intendono gli scarti derivati dal processo di lavorazione dei minerali e il materiale inerte che residua dall’estrazione del minerale principale. Sia gli scarti che gli inerti vengono trattati e completamente  riutilizzati in loco per la manutenzione delle strade e di altre opere civili o come riempitivo durante gli interventi di ripristino. La regimazione, la depurazione e lo smaltimento delle acque meteoriche emerge con minor frequenza ma non per questo riveste una minore importanza; al contrario, si tratta di investimenti onerosi spesso sostenuti volontariamente e non richiesti specificatamente dalla normativa. In alcuni casi, l’acqua depurata viene reimmessa nel processo produttivo consentendo notevoli risparmi in termini di prelievi dalle falde acquifere.

Tra le altre numerose iniziative di monitoraggio e mitigazione ambientale, si citano quelle relative ai processi di trasformazione. In particolare, si osserva un’evoluzione tecnologica rilevante nel campo della separazione dei minerali estratti la quale, in alcuni interessanti casi, avviene per mezzo di processi esclusivamente fisici e non chimici, con forte riduzione del correlato impatto ambientale.

 

Sempre più attenzione viene inoltre dedicata al risparmio energetico e alla riduzione delle emissioni climalteranti, ambiti in cui si rilevano significativi investimenti. Il più frequente riguarda l’installazione di impianti di cogenerazione finalizzati a contenere i costi dell’energia, specie in quei reparti di lavorazione particolarmente energivori quali gli impianti di macinazione, separazione ed essiccamento.  In altri casi, si è proceduto all’automatizzazione di alcune fasi di lavorazione, alla sostituzione di vecchi impianti, all’installazione di motori più efficienti (talvolta anche superando gli standard previsti dalla normativa), allo snellimento dei processi produttivi. Sul medio termine vi è chi, infine, ha già programmato l’utilizzo di fonti rinnovabili per quanto concerne la produzione di energia elettrica.

 

Anche dal punto di vista sociale, la maggior parte del campione registra diverse attività mirate al coinvolgimento delle comunità locali, tanto che è l’ambito che presenta la maggiore diversificazione di interventi. Molte delle imprese associate sponsorizzano eventi ed iniziative sul territorio in cui insistono, hanno un personale composto quasi esclusivamente da forza lavoro locale e dialogano costantemente con gli enti territoriali. Nei casi più virtuosi, la collaborazione tra le imprese estrattive, le istituzioni locali e le associazioni cittadine si è tradotta nella conversione delle miniere e delle cave in musei minerari: un importante investimento in termini di valorizzazione turistica e culturale che è diventato, nel tempo, un appuntamento fisso anche per le scolaresche e gli abitanti del luogo. Numerose altre iniziative nascono sempre dalla concertazione con gli enti cittadini e riguardano la manutenzione delle infrastrutture e del verde pubblico,  il rifacimento delle strade, la valorizzazione di siti archeologici, l’ospitalità di progetti di ricerca scientifica, il cofinanziamento di progetti urbanistici. La costante ricerca di dialogo e collaborazione con le comunità locali ha avuto e continua ad avere importantissimi risvolti in termini di accettabilità sociale delle attività minerarie. Un fattore mai come oggi imprescindibile per lo svolgimento di qualsivoglia attività a carattere industriale, che rimarrà cruciale anche negli anni a venire.