Minerali per l’Industria
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13 Marzo, 2017

 

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Capitolo 1: L’industria estrattiva: non solo energia

 
1.1 – Una classificazione disomogenea e complessa

 

Definire l’industria estrattiva sembra, in prima istanza, piuttosto semplice. Le compagnie che vi operano estraggono dal sottosuolo (terrestre e marino) materie prime naturali che possono essere direttamente esportate oppure processate nel paese di estrazione e successivamente destinate al consumo interno e/o estero. L’origine e lo sviluppo di questa industria è strettamente connesso alla localizzazione geografica dei giacimenti, a sua volta predeterminata da vicissitudini geologiche. La non rinnovabilità e quindi la finitezza delle risorse estratte, l’alta intensità di capitali richiesta, la lunga vita degli asset, la condizione di price takers dei produttori (i prezzi sono definiti dal mercato globale e solo in misura limitata possono venire influenzati dalle politiche di prezzo di un singolo attore), rappresentano  i tratti distintivi del settore.

 

Tuttavia, alla semplicità della definizione generale fa da contraltare una complessità di fondo, ascrivibile all’articolazione dell’industria estrattiva in sub-settori molto diversi tra loro per tipologia di prodotti, tecnologie di produzione, mercati di riferimento. Un’articolazione spesso ignorata o solo parzialmente nota all’opinione pubblica che, tradizionalmente, tende ad identificare questo settore con l’estrazione di materie prime energetiche (petrolio, gas naturale e carbone) e metallifere (specie metalli preziosi) in ragione del loro elevato valore economico e delle valenze simboliche che assumono nell’immaginario collettivo.

 

Sono invece parte integrante di questa industria anche tutte le attività economiche connesse all’estrazione (da cave o miniere) di materie prime non energetiche e non metallifere, la cui importanza nello sviluppo sociale ed economico di un paese può definirsi cruciale. La rilevanza di questi minerali nella vita quotidiana mal si concilia con l’accezione residuale con cui sono soliti essere identificati (minerali non energetici e non metalliferi, per l’appunto) e con la scarsa percezione che se ne ha, spesso determinata dalla loro numerosità e dalla molteplicità di usi finali a cui si rivolgono. A ciò si aggiunge la mancanza di uniformità nelle classificazioni del settore a livello nazionale, europeo e internazionale, le quali restituiscono una catalogazione basata su una destinazione merceologica tutt’altro che univoca.

Infatti, mentre la linea di separazione dai più noti minerali energetici è sempre netta, ben più confusa e differenziata risulta essere la ripartizione delle “altre” risorse minerarie che varia notevolmente a seconda del livello geografico di analisi e dell’ente che la propone.

 

A livello mondiale:

 

» Il World Mining Data – il rapporto annuale che fornisce statistiche dettagliate sulla produzione mineraria globale nell’ambito del World Mining Congress – considera  i minerali industriali in una categoria differenziata rispetto ai minerali metalliferi ed energetici;

 

» Il British Geological Survey – autorevole istituto di ricerca e statistica britannico – si limita a riportare la produzione mondiale di oltre settanta commodities minerarie definite “economicamente rilevanti” senza proporre alcuna catalogazione.

 

A livello europeo:

 

» La Commissione Europea (CE) definisce una classificazione che distingue i minerali energetici da quelli non-energetici, differenziando questi ultimi in metalliferi, da costruzione e industriali. Dal 2010, inoltre, ha lanciato la Critical Raw Materials Initiative che prevede, tra le altre cose, una lista aggiornata ogni tre anni di minerali non energetici indispensabili per lo sviluppo economico ma che presentano criticità di approvvigionamento. Oltre ai minerali già considerati “critici”, passati dai 14 del 2011 ai 20 del 2014, ne vengono monitorati altri (per un totale di 53) in virtù della loro importanza economica e della crescente difficoltà di reperimento.

 

» Eurostat – il principale  ente statistico comunitario – segue una distinzione più specifica di quella indicata dalla normativa europea, declinando la categoria “altre industrie estrattive” in una serie comunque non esaustiva di gruppi di minerali, ad eccezione del salgemma che viene considerato singolarmente.

 

In Italia:

 

» La normativa – che risale al Regio Decreto n.1443 del 1927 – articola la categoria dei minerali non energetici e non metalliferi, arrivando a considerare separatamente le pietre preziose da quelle ornamentali e da costruzione, e i minerali industriali chimici da quelli fisici.

 

» Istat – il principale istituto statistico nazionale – distingue  il settore estrattivo in carbone, petrolio e gas naturale, minerali metalliferi e altre attività di estrazione di minerali da cava e miniera.

 

Anche l’elencazione dei singoli minerali industriali può risultare discordante a seconda dei diversi istituti che la presentano; una disomogeneità che talvolta si riscontra anche nel medesimo ambito geografico. È il caso dell’Europa dove, a fronte di una normativa (CE) che identifica 20 minerali industriali sussistono altre due catalogazioni: quella della principale associazione di categoria del settore, IMA Europe, che concentra su 13 minerali industriali il suo interesse statistico, empirico ed industriale; quella contenuta nei rapporti economico-statistici  riferiti al mercato comunitario del British Geological Survey, che si limita a 11 minerali.

A livello mondiale, World Mining Data presenta la lista più corposa, includendo 25 materie prime facenti parte della categoria “Industrial Minerals”. Guardando all’Italia, l’unica declinazione dettagliata ad oggi esistente è data dall’Istat la quale, rifacendosi alla classificazione europea, identifica 28 gruppi di “altre attività di estrazione di minerali da cava e miniera” senza tuttavia delineare un elenco specifico di minerali industriali.

 

La mancanza di uniformità normativa e statistica complica la comprensione di questo sub-settore, specialmente per quelle risorse le cui applicazioni coinvolgono usi finali molto diversi tra loro. È, ad esempio,  il caso del calcare che, a seconda del grado di trasformazione e miscelazione può essere utilizzato negli stabilimenti chimici, nei cementifici, nelle acciaierie oppure come inerte nelle costruzioni stradali; o del feldspato, che può essere destinato a diversi rami dell’industria in considerazione delle sue proprietà basso fondenti oppure impiegato come pietrisco per il settore delle costruzioni; analogamente l’argilla, oltre ad essere una delle principali materie prime utilizzate nel settore chimico e cosmetico, è annoverabile a pieno titolo anche tra i minerali da costruzione.

 

In sintesi, la numerosità dei minerali industriali, la diversa composizione che una stessa risorsa può avere a seconda della sua genesi, la molteplicità di applicazioni cui si possono rivolgere, unitamente ad una classificazione disomogenea e frammentaria, minano la comprensione di un settore tanto sconosciuto quanto indispensabile.

 

1.2 – I minerali industriali in Europa: una presenza diffusa

 

Ogni cittadino europeo nell’arco della sua vita utilizza in media circa 460 tonnellate di minerali industriali, per la maggior parte sconosciuti, ma di fondamentale importanza. Si tratta di materie prime che, nonostante  il contenuto valore economico unitario e la scarsa fama mediatica, possono essere usate direttamente nelle lavorazioni dell’industria grazie alle loro proprietà chimico-fisiche e sono indispensabili in diversi e numerosi settori come metallurgia, chimica, vetreria, farmaceutica, cosmetica, ceramica, plastica, vernici, carta e nella gestione dei rifiuti.

 

Risulta quindi evidente come la disponibilità di un’ampia gamma di minerali industriali rappresenti un fattore chiave per lo sviluppo economico e civile di un paese e per la sua crescita futura, nonché un valido indicatore del suo grado di maturità industriale. A questo riguardo, come si posiziona l’Europa?

 

 

A differenza delle risorse energetiche e metallifere, l’UE-28 produce una discreta quantità di minerali industriali. La relativa quota sul totale mondiale, seppur in calo negli ultimi anni, si mantiene tra il 14% e il 17% tra 2010 e 2014: un’incidenza tutt’altro che trascurabile se confrontata con quella relativa ai minerali energetici, compresa tra il 4% e il 6%, e quella dei minerali metalliferi, ferma nell’intorno dell’1,5% lungo il medesimo  intervallo temporale. A fronte di una grave e irreversibile dipendenza dall’estero per energia e metalli, i volumi prodotti di minerali per l’industria evidenziano come lEuropa ospiti significativi giacimenti che consentono di soddisfare una parte importante del consumo interno, nonostante il saldo commerciale rimanga negativo. Se poi si considerasse il continente in un’accezione geografica più ampia rispetto ai 28 paesi dell’Unione Europea, il peso sul totale prodotto a livello mondiale sarebbe significativamente superiore (25%) in quanto Turchia (4,1%) e Russia europea (4%) coprono insieme circa l’8% del volume globale.


A livello di singolo minerale industriale, spicca la leadership di perlite e feldspato: materie prime generalmente sconosciute al cittadino medio ma destinate ad una molteplicità di usi industriali. Mentre nel primo caso la produzione, superiore al 36% del totale mondiale, è localizzata quasi interamente in Grecia, per il feldspato  – i cui volumi prodotti rappresentano il 34% di quelli globali – gli attori principali sono Germania e Italia, con un peso rispettivamente del 20% e del 7,5%. Di indubbio rilievo anche il caolino, la cui estrazione proviene per quasi il 30% dall’UE, con la Germania ancora una volta protagonista seguita dalla Repubblica Ceca. Con una quota superiore al 10% sull’output mondiale, risultano significative anche le produzioni di salgemma, bentonite, gesso, talco, diatomite e magnesite: minerali in cui, seppur con percentuali contenute, l’Italia è quasi sempre presente.

 

1.3 – Minerali industriali e Made in Italy: un legame imprescindibile

 

La lunga tradizione estrattiva italiana si è sviluppata soprattutto nelle regioni ricche di materie prime quali Toscana, Sardegna, Lombardia, Piemonte e Sicilia. La vocazione mineraria di questi territori si affermò a partire dalla fine dell’Ottocento, quando l’invenzione della dinamite e la definizione di un quadro normativo nazionale che facilitava l’ottenimento delle concessioni minerarie favorirono il passaggio  all’estrazione industriale. Dapprima, le attività si concentrarono  sulle risorse metallifere ed energetiche – carbone, gas, ferro, zinco, piombo, argento – e solo in un secondo momento si estesero ai minerali industriali. Le materie prime estratte si rivelarono ben presto essenziali per le lavorazioni di alcune industrie che, non per niente, sorsero in prossimità dei siti estrattivi.

 

Emblematico  il caso dell’Iglesiente, le cui risorse minerarie diedero nuovo slancio all’industria della Sardegna (e indirettamente dell’Italia) e ne sostennero il rilancio occupazionale e produttivo in entrambi i Dopoguerra. Quel che avvenne in Sardegna con il carbone e lo zinco, si verificò in Toscana con il salgemma e il calcare, in Piemonte con il talco, in Emilia Romagna con l’argilla e il feldspato, in Sicilia con lo zolfo e il salgemma, in Lombardia con lo zinco e il ferro. In diverse parti del paese vennero a crearsi dei poli industriali integrati, dalla materia prima al prodotto finale, che ancora oggi garantiscono un ruolo centrale all’Italia nel campo della chimica, della ceramica, della vetreria, della carta, della metallurgia e in tantissimi altri comparti.

 

Proprio la stretta relazione tra attività estrattiva e comparto manifatturiero è uno degli aspetti che occorre tenere a mente ogni qual volta si valuta l’importanza del settore minerario a livello paese, favorendo un approccio che superi la miopia di una valutazione basata unicamente sul valore economico tout court del settore. Infatti, osservando i dati Istat al 2014, l’intero comparto estrattivo sembra contare marginalmente: con le sue 2.257 imprese (2.290 unità locali) pesa per lo 0,4% del valore aggiunto nazionale e con circa 31.000 addetti rappresenta lo 0,2% del numero di occupati italiano. Lombardia e Sicilia sono le regioni dove si concentrano maggiormente le attività di estrazione, rappresentando da sole il 25% del totale nazionale.
 
Ancor più contenuto l’apporto della sola categoria dei minerali industriali1 che, pur rappresentando la quasi totalità delle imprese (97%) e più della metà degli addetti (51%) del settore nel suo assieme, incide molto meno dei minerali energetici in termini di valore aggiunto: le attività di estrazione di petrolio e gas naturale sono infatti responsabili di circa il 93% del fatturato generato dal comparto estrattivo.
 

Se si osserva il trend degli ultimi anni (2008-2014), il settore nel suo assieme è stato poi interessato da un forte ridimensionamento,  in larga parte determinato dalla crisi economica globale del 2008, che ha interessato tanto l’ambito energetico e metallifero quanto quello dei minerali industriali. Il comparto delle materie prime legate all’industria, in particolare, ha visto ridursi del 20% il numero delle imprese mentre le principali variabili macroeconomiche  – fatturato, valore aggiunto, occupazione e investimenti fissi – hanno registrato una contrazione del 30% ciascuna.

 

Eppure, nonostante un andamento complessivamente critico e il loro esiguo valore economico unitario, i minerali industriali presentano una serie di caratteristiche che ne esaltano l’indubbia rilevanza per l’economia del nostro paese:

  • sono input essenziali per la maggior parte dell’industria manifatturiera e delle costruzioni che, congiuntamente, rappresentano il 20% del valore aggiunto nazionale e il 30% dell’occupazione italiana; ad esempio, sono componenti fondamentali in alcune produzioni che rappresentano  i fiori all’occhiello del Made in Italy come il vetro di Murano, le ceramiche di Deruta o la carta di Fabriano, solo per citarne alcune;
  • la produzione interna di minerali industriali in senso stretto è significativa: con oltre 10 ilioni di tonnellate2, la quota produttiva dell’Italia su quella dell’UE-28 si è attestata in media intorno al 10% tra il 2010 e il 2014;
  • per alcuni minerali, l’Italia vanta posizioni di leadership: siamo terzi al mondo per la produzione di feldspato (secondi in Europa) e decimi per il talco (terzi in Europa).
  • alimentano un significativo flusso di esportazioni: il 56% dell’export italiano di risorse minerarie muove da tale comparto e i principali mercati di destinazione sono l’Asia (46%) e l’Europa (37%).