Come operano le trivelle?
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Diciotto risposte alle affermazioni più diffuse

di Pietro Cavanna  -*Presidente Assomineraria-Idrocarburi. 

 

Spesso i media fanno riferimento a danni e problemi causati dalle attività di ricerca e produzione di idrocarburi sul nostro territorio, a terra e a mare.

L’affermazione più gettonata risulta essere: “Buttano tutto a mare, inquinano, causano problemi alla pesca e provocano subsidenza“.

E’ bene, quindi, sapere che:

 

  • Viene applicata la strategia dello “zero discharge” e cioè nulla viene scaricato a mare.
  • I detriti di perforazione vengono raccolti e inviati a terra nei centri autorizzati per lo smaltimento.
  • Il fango di perforazione viaggia in un circuito chiuso, senza comunicazione con l’esterno e viene rigenerato per il suo continuo uso.
  • In tutte le fasi di perforazione, il foro viene tubato e cementato senza alcuna contaminazione con le formazioni attraversate.
  • Le acque piovane, così come le acque di lavaggio, vengono raccolte e convogliate in serbatoi per la separazione dell’acqua e delle sostanze oleose. Queste ultime vengono recuperate e inviate alla discarica autorizzata o immesse nel prodotto.
  • I reflui di acque bianche e nere prima di essere portati a terra subiscono trattamenti, in alcuni impianti più avanzati, anche di potabilizzazione.
  • L’ installazione di Edison “Vega A” presente nel Canale di Sicilia è stata definita “oasi di ripopolamento ittico” da coloro che gestiscono l’ Area Marina protetta Isole Ciclopi.
  • La subsidenza è un fenomeno naturale che interessa larghi tratti di costa italiana a cui sono associati fenomeni di arretramento ed erosione delle spiagge. Molto spesso si parla di subsidenza indotta dalle attività di produzione di idrocarburi. Questa, però, è prevedibile e controllabile grazie all’esistenza di una rete di monitoraggio con sistemi d’avanzata tecnologia (l’approssimazione è pari a 1 millimetro).
  • Inoltre, generalmente, gli effetti sono limitati al cono di produzione e perciò, nella maggior parte dei casi, quelli della subsidenza indotta non interessano la costa, ma restano limitati a porzioni di mare aperto.
  • In Italia le attività di ricerca e produzione di idrocarburi rispettano l’ambiente: le emissioni in atmosfera (fonte MISE) sono classificate tra le più basse nei comparti industriali; l’occupazione del suolo è ridotta (meno di 200 ettari in tutta Italia); l’uso di acqua dolce è limitato. In più questa industria è tra quelle con minor numero di incidenti (fonte INAIL). Tutto questo grazie a interventi mirati e investimenti in tecnologie avanzate.

 

Molti fanno riferimento al fatto che: “Non vale la pena produrre le nostre risorse energetiche, sono poche e di bassa qualità”.

A questo proposito è importante conoscere alcuni dettagli:

 

  • L’80% del nostro greggio è di ottima qualità, leggero e con poco zolfo. Il resto è un misto di greggio più pesante o con più alto tenore di zolfo. Tuttavia, grazie a cicli di lavorazione tecnologicamente avanzati, in raffineria si ottengono alti rendimenti che ne aumentano il valore.
  • Il nostro sottosuolo possiede riserve accertate e un potenziale esplorativo ancora inespresso che potrebbe soddisfare per decine di anni più del 20% del nostro fabbisogno. Valorizzare il sottosuolo nazionale implica lo sviluppo del patrimonio tecnologico e territoriale. Tutto questo è possibile solo grazie agli investimenti di capitali interamente privati, italiani e stranieri.
  • La domanda di energia primaria in Italia nel 2030 sarà ancora costituita per larga parte da fonti fossili. Queste continueranno – per alcuni decenni – ad essere la fonte primaria di energia, verso forme meno inquinanti (gas),assicurando occupazione, benessere, e un tessuto industriale e commerciale necessario e indispensabile.

 

Altra “convinzione” è: “Meglio importare gli idrocarburi dall’estero per soddisfare la totalità delle esigenze nazionali”. Su questo può essere utile precisare che:

 

  • Un modello di sviluppo che non preveda la valorizzazione delle risorse nazionali porta a un impoverimento del paese a favore della produzione estera e a un movimento di risorse finanziarie fuori dall’Italia. Questo implica la deindustrializzazione di importanti distretti del nostro paese che vantano un importante patrimonio tecnologico.
  • Continuare ad accumulare debiti per approvvigionare il paese diventa sempre meno sostenibile.
  • Chi produce idrocarburi in Italia paga royalties e tasse allo Stato, Regioni e Comuni, oltre a generare occupazione e lavoro per l’industria. Chi esporta e vende in Italia,invece, investe senza lasciare alcuna traccia nel nostro paese.
  • Non produrre gli idrocarburi nazionali non implica una diminuzione dell’inquinamento, infatti esso è legato al consumo degli idrocarburi e non alla loro produzione.
  • Una maggior produzione nazionale consentirebbe una diminuzione del traffico marittimo, che è una delle maggiori cause dell’inquinamento del Mediterraneo.
  • L’Italia ad oggi dipende al 90% dalle importazioni. La produzione nazionale ne garantisce il rimanente 10%.In questa situazione c’è da chiedersi se si preferisce restare ingessati in una simile situazione di dipendenza o puntare su una maggiore flessibilità e raddoppiare la produzione. Quest’ultima garantirebbe una maggiore competitività sul mercato grazie a possibili miglioramenti di costo/prezzi, ciò implicherebbe benefici per l’utente finale.

 

Nota apparsa su Il Giornale di Sicilia e La Sicilia il 26 novembre 2014