3. L’industria italiana degli idrocarburi

 

3.1  La tecnologia e la consapevolezza della propria forza

3.2  I distretti industriali

3.3  I distretti petroliferi

3.4  Il caso della Val d’Agri: “embrione” di un distretto

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3.1 La tecnologia e la consapevolezza della propria forza

 

La storia dell’industria petrolifera ha sin dall’inizio evidenziato la centralità della leva tecnologica nello sviluppo dell’intera catena operativa dell’upstream petrolifero. Dalle tecnologie dipendono i principali parametri produttivi dell’industria: tasso di successo esplorativo, recupero dei campi, efficienza della produzione, miglioramento delle condizioni di sicurezza delle operazioni, riduzione dell’impatto ambientale. Innovazione e know how tecnologico sono decisivi per raggiungere una serie di obiettivi strategici, in particolare:

 

 

  • Riduzione del rischio minerario: le nuove tecnologie costituiscono un fattore chiave per aumentare il tasso di successo esplorativo (con maggior aumento delle riserve), ridurre i costi esplorativi, sviluppare in modo ottimale la produzione e diminuire il “time to market” (tempo necessario a portare il primo barile sul mercato);
  • Aumento del fattore di recupero: l’applicazione di nuove tecnologie potrebbe aumentare fino al 60% circa il fattore di recupero di campi (anche se con maggiori costi) e risulterà determinante per aumentare la disponibilità di idrocarburi specie in aree di frontiera sotto il profilo geologico e ambientale;
  • Ottimizzazione dell’efficienza di costruzione e gestione dei pozzi e degli impianti di trattamento degli idrocarburi in superficie;
  • Sviluppo idrocarburi non convenzionali (giacimenti in acque ultra profonde, oli ultra pesanti, sabbie bituminose, scisti, gas non convenzionale, etc.): si prevedono rapidi progressi anche in queste aree tecnologiche, la cui importanza è destinata a crescere nel lungo periodo.

L’industria italiana degli idrocarburi ha avuto da sempre particolare attenzione alla ricerca tecnologica, alla capacità tecnico-professionale, alla cultura mineraria nelle sue diverse diramazioni disciplinari. E’ attraverso il valore assegnato alla conoscenza, alla sua diffusione, alla sua germinazione interdisciplinare che l’Italia ha saputo sopperire alla scarsità delle sue risorse minerarie, alla carenza di quelle finanziarie, alla ristrettezza dell’impegno industriale affermandosi a livello mondiale come leader tecnologico e guadagnando non solo con Eni posizioni primarie partendo da zero.

 

Ciò ha favorito la nascita e il consolidamento di aziende italiane a forte contenuto tecnologico che operano in tutto il mondo nella fase mineraria e in quella impiantistica e dei servizi ad essa strumentale. Le eccellenze tecnologiche italiane in questo settore riguardano principalmente il campo della perforazione (impianti di concezione innovativa esportati in tutto il mondo), delle tecnologie di pozzo (nuovi sistemi di perforazione direzionata, sviluppo di tecnologie per il controllo idraulico, ottimizzazione del progetto pozzo, etc.) e la ricerca di soluzioni ambientali innovative.

 


 

3.2 I distretti industriali

 

I distretti industriali rappresentano un originale modello organizzativo dell’attività industriale che ha consentito al nostro Paese di affermarsi nell’ultimo mezzo secolo in posizione di assoluta eccellenza mondiale in numerosi comparti produttivi. Un modello di divisione del lavoro tra imprese altamente specializzate di una medesima filiera produttiva in un medesimo ambito territoriale che, come osservano Alberto Quadro Curzio e Marco Fortis, è “espressione congiunta della società e dell’economia”, ovvero “forma comunitaria, aggregativa, sociale, solidale”. Realtà produttive che, meglio della grande industria, hanno saputo sfruttare le potenzialità della specializzazione flessibile facendo valere la propria integrazione orizzontale e sociale su quella verticale e fordista tipica delle corporate.

 

Un importante tessuto di piccole e medie imprese di tradizione artigiana è così cresciuto in un sistema a rete forte dello stretto legame con il territorio e con le sue storiche attività, raggiungendo notevoli posizioni di leadership nonché veri e propri primati in innumerevoli produzioni “di nicchia”, ma non per questo meno importanti. La debolezza e la dispersione di molti è divenuta la forza d’unione di intere realtà locali che hanno destato l’interesse e l’ammirazione mondiale tanto da arrivare a definire questo peculiare fenomeno italiano con la celeberrima etichetta Made in Italy e farne sinonimo di qualità ed affidabilità.

 

Quattro sono i tratti distintivi dei distretti industriali, già presenti nelle pagine che Alfred Marshall scriveva nella seconda metà del XIX secolo osservando le aree tessili di Lancashire e Sheffield. «Quando si parla di distretto industriale si fa riferimento ad un’entità socioeconomica costituita da un insieme di imprese, facenti generalmente parte di uno stesso settore produttivo, localizzato in un’area circoscritta, tra le quali vi è collaborazione ma anche concorrenza». Da qui, quattro tratti distintivi: (a) una specifica realtà sociale oltre che economica, (b) concentrata in una determinata area geografica; (c) dove prolifera la specializzazione di una precisa categoria di prodotti; (d) ovvero una filiera in grado di curare l’intera catena del valore grazie alla presenza di una molteplicità di imprese che collaborano ma allo stesso tempo competono. Questa dinamica relazionale tra imprese favorisce il coordinamento dell’intero sistema conferendogli al contempo un elevato dinamismo ed elevati livelli di efficienza.

 

L’interazione tra individui e la rapida circolazione di idee, conoscenze, esigenze produce reciproche esternalità positive e stimola l’innovazione legata a processi di learning by doing. Gli errori e le esperienze rappresentano un bacino di conoscenza prezioso in ogni processo di innovazione, anche se difficilmente trasferibile con gli ordinari canali di comunicazione. Germoglia in questo modo una vera e propria cultura distrettuale, un’“atmosfera culturale” nelle parole di Marshall, intimamente legata al territorio ed alla sua tradizione. Non sono estranee al successo dei distretti le istituzioni scientifiche – università, centri di ricerca, dipartimenti delle imprese più grandi – bensì ne sono parte integrante tale da alimentare questo virtuoso circuito produttivo e conoscitivo. Questo particolare modello organizzativo/imprenditoriale consente in conclusione lo sviluppo di sinergie prodromiche ad una produzione che in determinate realtà sociali e geografiche – come quella italiana – si rivela più efficiente di quanto non accada all’interno di singoli grandi stabilimenti. Non è un caso, dunque, che i distretti vantino un posto significativo nella storia e nella vitalità economica del nostro paese.

 


 

3.3 I distretti petroliferi

 

Sebbene ne rappresentino la più classica e celebre espressione, la logica industriale dei distretti non può confinarsi ai tradizionali comparti manifatturieri del tessile, calzaturiero, mobilio. Anche la ultra secolare storia dell’industria italiana degli idrocarburi – che può farsi risalire alla prima metà dell’Ottocento – ha generato concentrazioni territoriali di sapere minerario, tecnico, impiantistico, trasversali a tutte le fasi in cui suole articolarsi. Riteniamo, quindi, che l’accezione di distretto possa riferirsi anche al comparto petrolifero, anche se scarsamente noto e indagato. Tra i segmenti tecnologici storicamente più importanti vi sono quelli dei servizi all’attività di ricerca/estrattiva; della progettazione/costruzione di impianti di perforazione, fioriti agli inizi del XX secolo nelle aree in cui andava diffondendosi l’attività di ricerca.

 

Aree produttive che presentano i tratti tipici dei distretti industriali: bacini di conoscenza altamente specializzati; caratterizzati da accentuate divisioni del lavoro tra imprese; forti dinamiche di interdipendenza ma anche di concorrenzialità. La filiera upstream dell’industria degli idrocarburi è di fatto scomponibile in numerosi rami d’attività cui partecipa un’ampia varietà di compagnie piccole e medie più o meno internazionalizzate che ruotano attorno ad una società leader: la compagnia petrolifera incaricata di esplorare e mettere in produzione i giacimenti. Le 191 voci di prodotti e servizi che interessano l’attività mineraria 7 – per la quasi totalità interessanti il comparto petrolifero – possono rendere l’idea della complessa articolazione della filiera upstream che riproponiamo in versione semplificata nel Box 3.

 

In Italia è presente un cospicuo numero di compagnie petrolifere e imprese fornitrici di beni e servizi, sia italiane che estere, altamente specializzate ed in grado di ricoprire l’intera catena del valore. Se ne possono contare 57 del primo tipo 8, compagnie che detengono concessioni di coltivazione, permessi di ricerca o che hanno fatto istanza per l’una o l’altra attività; mentre 157 sono individuabili come fornitrici di beni e servizi di supporto alle attività estrattive 9, sebbene l’indotto reale di imprese che ruotano attorno al settore anche solo con una piccola quota del proprio portafoglio coinvolga un numero di imprese di gran lunga superiore. Basti pensare che le sole attività del Distretto Meridionale (DIME) 10 ENI in Val d’Agri coinvolgono in via diretta un numero di imprese, locali e non, pari a 110.

 

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Le imprese italiane sono in grado di coprire la quasi totalità dei servizi strumentali all’attività upstream con un livello di specializzazione che le colloca su posizioni di leadership sui mercati internazionali. Ne consegue che investimenti nella valorizzazione delle nostre risorse minerarie si traducono in lavoro e occupazione per le nostre imprese, in misura molto maggiore di quanto possa dirsi per altre opzioni energetiche (ad iniziare dagli investimenti nelle risorse rinnovabili). Molte compagnie italiane hanno saputo sfruttare il forte dinamismo dei mercati esteri partecipando ai maggiori progetti di investimento anche in aree di frontiera.

 

Alcune imprese sono cresciute fino a divenire veri e propri colossi internazionali. Ne è un esempio la Nuovo Pignone di Firenze che, contrariamente ai timori iniziali legati alla sua vendita alla General Electric (GE) nel 1994, è oggi capofila della divisione Oil & Gas della GE Energy: rappresenta l’unico caso in cui una capofila della GE non ha la sede centrale negli Stati Uniti. E’ uno dei leader mondiali nella progettazione e fornitura di prodotti e servizi per tutti   i segmenti dell’industria petrolifera   e trattamento gas (perforazione, produzione, gas naturali liquefatti, oleodotti/gasdotti, stoccaggi gas, generazione di energia elettrica, raffinazione e industria petrolchimica); in particolare, detiene una quota rilevante del mercato mondiale delle turbine a gas e a vapore, dei compressori centrifughi e alternativi, delle pompe, delle valvole di controllo e di sicurezza nonché dei sistemi di misurazione. Oltre alle sue numerose eccellenze produttive sono da rilevare le importanti attività di ricerca e formazione svolte dalla compagnia.

 

Altro colosso italiano è Saipem, leader mondiale nella fornitura di servizi di ingegneria, di procurement (insieme delle attività atte a garantire i materiali ed i servizi necessari alla realizzazione dei progetti), di project management (gestione ottimizzata dei progetti grazie al coordinamento delle attività tra loro interconnesse ed integrate) e di costruzione anche in aree remote e in acque profonde grazie all’elevato know how tecnologico e a garantiti sistemi di sicurezza e qualità. L’insieme di queste eccellenze rendono Saipem uno dei principali contractor “chiavi in mano” dell’industria petrolifera mondiale con significative presenze in aree strategiche chiave ed emergenti quali l’Africa Occidentale e Continentale, l’ex Unione Sovietica, l’Asia Centrale, il Medio Oriente e il Sud Est Asiatico. Oltre al forte contenuto europeo, la maggior parte della sua base di risorse umane proviene da paesi in via di sviluppo, per un totale di oltre 40.000 dipendenti di più di 110 nazionalità diverse.

 

Oltre ai grandi colossi, lo sviluppo dell’industria petrolifera in Italia e il dinamismo dei mercati esteri hanno favorito la crescita anche di piccole e medie eccellenze italiane affermatesi in tutto il mondo. Ne è un illustre esempio la Rosetti Marino di Ravenna, gruppo integrato di società che da tempo fornisce servizi di ingegneria e costruzione e opera in qualità di partner affidabile di grandi compagnie di fama internazionale. L’ampia gamma di prodotti (che va dalle piattaforme offshore agli impianti modularizzati), la capacità di offrire pacchetti “chiavi in mano”, la prestigiosa reputazione internazionale confermata dalle alleanze con grandi imprese e la forte ricerca tecnologica hanno consentito alla Rosetti Marino di espandersi oltre l’Italia, verso numerosi mercati emergenti come Kazakistan, Russia, Croazia, Portogallo, Egitto, Libia e Algeria che ne hanno altresì stimolato il rinnovamento e l’adeguamento dei siti produttivi italiani e la creazione di nuove realtà produttive nelle aree geografiche di maggiore interesse.

 

Tra gli altri autorevoli nomi, si citano: il Gruppo Techint di Milano, la cui divisione Engineering & Construction ha installato circa 70.000 km di pipeline per petrolio e gas naturale in tutto il mondo e realizza progetti complessi in America Latina, Europa, Medio Oriente e Africa con un approccio “multi-locale” che le consente una profonda conoscenza delle condizioni locali, degli standard tecnici, delle leggi e regolamenti dei paesi in cui opera; la Drillmec di Piacenza: leader internazionale nella progettazione, produzione e distribuzione di impianti ed attrezzature di perforazione e workover sia onshore che offshore che le hanno consentito di sviluppare 6 centri operativi (Piacenza, 250.000 m3; Parma, 3.500 m3; Gorizia, 15.000 m3; Houston -USA, 8.000 m3, Fujairarah –EAU, 40.000 m3, Karthoum – Sudan, 2.000 m3), 35 uffici di rappresentanza, 6 compagnie sussidiarie. Certamente, l’elenco di eccellenze italiane che operano nel parapetrolifero non si esaurisce qui. Numerose altre compagnie vantano competenze di alto livello e un’ottima reputazione internazionale ma una loro trattazione esaustiva esula dallo scopo di questo studio.

 Si segnala anche che da decenni, le prospettive di sviluppo dell’attività nazionale – e il dinamismo registrato negli anni passati – hanno attirato le maggiori compagnie estere di servizio, tanto che alcune di esse hanno scelto l’Italia come sede logistica non solo per coprire le attività interne, ma per fornire beni e servizi anche a paesi vicini. Imprese dall’elevato contenuto tecnologico e conoscitivo che si sono calate nella realtà locale con personale italiano e/o internazionale contribuendo allo sviluppo ed alla vivacità del settore. Compagnie come Schlumberger, Halliburton, BJ e Weatherford, ad esempio, hanno scelto come sede per le proprie attività il distretto industriale di Ortona (CH) contribuendo a renderlo tale e da cui sono sorte numerose compagnie locali, come Italfluid, NSC, Proger, divenute in seguito vere e proprie eccellenze nel business internazionale degli idrocarburi.

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Grazie alle esternalità positive e all’indotto tecnologico che gli sono correlati, i distretti industriali hanno favorito una maggiore attenzione alle tematiche ambientali e di sicurezza. La severità della legislazione italiana ed il rinnovato interesse dell’opinione pubblica per la salvaguardia del proprio territorio hanno reso l’ambiente e la sicurezza esigenze sempre più sofisticate a cui le compagnie petrolifere devono saper far fronte internamente o tramite outsourcing a compagnie specializzate. Lavorando a stretto contatto con imprese dello stesso settore, le compagnie fornitrici di beni e servizi presenti nei distretti petroliferi hanno potuto intuire con anticipo queste “nuove” esigenze delle compagnie petrolifere ed alcune di esse si sono attrezzate per ampliare il proprio portfolio di attività verso servizi e/o prodotti di tipo ambientale.

 

Altre imprese sono sorte specializzandosi direttamente in questa attività. È il caso del distretto di recente formazione di Viggiano (PZ), in Basilicata, che sta crescendo in parallelo alla sensibilità ambientale verso le attività esplorative e produttive: ben 6 imprese su 7 11 ivi operanti (Fig.19) si occupano principalmente di attività di   carattere   ambientale e naturalistico. Servizi di ingegneria ambientale, bonifiche di impianti e terreni, monitoraggi ambientali, pronto intervento ecologico, messa in sicurezza degli impianti e servizi antinquinamento sono proliferati a sostegno dell’industria petrolifera facendo del comparto ambientale un punto di forza dell’industria petrolifera italiana, con imprese come T.R.E. (MI), Petroltecnica (RN) o Riccoboni (PR), forti nella ricerca tecnologica e nell’esportazione di tecnologia.

 

Come emerge dalle seguenti mappe, in Italia si possono individuare aree in cui si ha la maggior concentrazione di aziende legate al business degli idrocarburi identificabili come “distretti” produttivi. Roma e Milano sono sede delle principali compagnie petrolifere, rispettivamente 23 e 12 su 57, e di importanti compagnie di servizio. Milano, grazie in particolare a San Donato Milanese può considerarsi la “capitale” italiana dell’industria petrolifera, soprattutto del settore upstream-midstream, con la presenza di quasi tutte le maggiori compagnie di servizio.

 

Studio RIE - CAP2_Fig.19 Studio RIE - CAP2_Fig.20

 

 

Dagli anni ‘50, AGIP organizzò la propria struttura produttiva in Italia delocalizzando i servizi tecnici di perforazione e produzione al servizio delle attività nazionali e disponendoli in prossimità delle maggiori aree produttive. Vi sorsero quattro distretti aziendali:

 

Crema (CR): nata per gestire le attività in Val Padana. Oggi è ancora la sede operativa di STOGIT (controllata al 100% da Snam) la maggior azienda italiana di stoccaggio gas in sotterraneo, e di alcune compagnie di servizio.

 

Ravenna (RA): sorta per gestire le attività della Val Padana orientale e dell’offshore adriatico fino ad Ancona. L’area divenne poi anche polo chimico e petrolchimico che conserva ancora un’importante zona industriale. Oggi è ancora presente un grande distretto produttivo di Eni E&P e vi sono concentrate tutte compagnie di servizio internazionali accanto ad un avanzato sistema di compagnie locali, entrate nel business internazionale degli idrocarburi. Tra le principali: Rosetti Marino, Cosmi, Fores, F.lli Righini, Hydro Drilling, Micoperi. Importante realtà è l’Associazione Ravennate degli Operatori nell’Off- Shore Petrolifero, ROCA, di Ravenna.


 

ROCA- Ravenna Offshore Contractors Association

Nel 1992 le società di servizi e i subappaltatori con sede a Ravenna hanno fondato il ROCA al fine di promuovere le attività delle aziende associate che operano in tutto il mondo. Le attività svolte dagli associati ROCA coprono l’intera gamma di servizi richiesti dalle compagnie petrolifere e del gas. Le 30 compagnie associate hanno l’esperienza, le tecnologie avanzate e le competenze necessarie per essere leader nei mercati di tutto il mondo.


 

 

Ortona (CH): area delle Marche cui era stata affidata la gestione le attività della fascia adriatica centro-meridionale e del relativo offshore (in particolare Marche e Abruzzo). Un tempo sede di un importante distretto produttivo di Eni E&P, vi sono concentrate numerose compagnie di servizio internazionali ed un’organizzazione autonoma di compagnie locali che operano anche a livello internazionale (ad es. Italfluid, NSC, Proger).

 

Gela (CL): incaricata della gestione delle attività in Sicilia e nell’offshore mediterraneo è oggi sede di Enimed (Gruppo Eni). In Sicilia si era sviluppato un tempo anche un importante distretto del comparto petrolifero a Siracusa, in virtù del suo porto, che comprendeva le attività di numerose compagnie di servizio per l’offshore mediterraneo. Oggi rimangono alcune compagnie di servizio e di logistica, e una sede di Edison che cura la produzione di olio dal campo di Vega.

 

L’area distrettuale storicamente più rilevante è quella di Piacenza-Parma-Cortemaggiore, sede di importanti aziende nel settore della perforazione – Drillmec, Bonatti, Pergemine, una base operativa di Saipem, Pacchiosi –, della produzione di materiale tubolare – TenarisDalmine del Gruppo Techint –, nonché nell’ambito dei servizi ambientali – Riccoboni, Furia.

 


 

 

 

3.4 Il caso della Val d’Agri: “embrione” di un distretto

 

Un distretto industriale ha un rapporto intimo col proprio territorio dettato dalla graduale evoluzione delle sue attività produttive. I suoi tempi di sviluppo possono essere lunghi se non alterati da fattori esogeni, come il progresso tecnologico, che possono repentinamente dettarne il successo o la scomparsa. La scoperta di una risorsa naturale può incidere nel percorso evolutivo delle attività di una determinata area, come sta avvenendo in Val d’Agri. A differenza di altri distretti, l’interesse verso le potenzialità della Basilicata è relativamente recente ed inizia ad essere significativo solo verso la seconda metà degli anni ‘90. È dunque naturale attendersi che non si sia ancora sviluppato un distretto produttivo del tenore di quelli “storici”. È tuttavia altresì logico valutarne le potenzialità di sviluppo in una prospettiva di medio-lungo termine considerando che nel territorio sono localizzate riserve sfruttabili nell’arco dei prossimi decenni.

 

Alla luce di tali considerazioni non appaiono giustificabili le critiche mosse verso chi dovrebbe “promuovere” la crescita di un tessuto di imprese locali grazie allo sfruttamento delle riserve petrolifere di questo territorio. Se è vero che in Val d’Agri non si può ancora parlare di un vero e proprio distretto industriale, è altrettanto vero che taluni suoi prodromi hanno preso a manifestarsi. Le attività estrattive hanno attratto compagnie di servizio in provincia di Potenza e Matera, mentre piccole aziende sono sorte principalmente nell’ambito dei servizi ingegneristici ed ambientali. Espressione di questo processo di crescita è il balzo dell’occupazione nell’area. Se le attività AGIP in Val d’Agri nel 1995 contavano 345 occupati (di cui 35 diretti e 310 indiretti) 12, l’indotto del Distretto Meridionale ENI in Val d’Agri può vantare oggi 2.146 occupati diretti. Un trend, dunque, in evidente ascesa, in particolare per quanto concerne la quantità e la qualità dell’occupazione regionale. Numeri che mostrano la partecipazione locale in crescita sebbene ancora con una percentuale inferiore a quella desiderata dalle comunità locali.

 

L’ostacolo principale alla crescita delle imprese e dell’occupazione lucana è l’elevata specializzazione richiesta che necessita di figure professionali tecniche altamente formate la cui scarsità rallenta lo sviluppo del distretto. Per questa ragione, le compagnie petrolifere hanno intrapreso numerose iniziative volte alla formazione professionale e alla creazione di una cultura locale in campo energetico: fattore propedeutico al consolidamento di un distretto locale. Tre le iniziative che merita evidenziare. In primo luogo, l’apertura a Viggiano (2008) di una sede della “Fondazione Eni Enrico Mattei” (FEEM), istituto di ricerca no-profit sullo sviluppo sostenibile, con la mission di essere un centro di eccellenza in grado di diffondere conoscenza e creare opportunità e sinergie sul territorio lucano attraverso la realizzazione di attività di ricerca e di alta formazione nel campo dello sviluppo sostenibile volti alla promozione del turismo, dell’efficienza energetica e allo sviluppo di fonti rinnovabili. FEEM finanzia inoltre borse di dottorato all’Università degli Studi della Basilicata (Unibas), è impegnata in attività di supporto ai progetti di ricerca dei dottorandi, pianifica e organizza diverse iniziative di divulgazione scientifica per i cittadini e per le scuole di ogni ordine e grado.

 

Dal 2011 Viggiano è anche sede del Centro Didattico “ASSOIL School – Advanced Skills for Services in Oil and Gas Industry School”, creata dal Settore Beni&Servizi di Assomineraria e da 16 imprese ad esso associate, per offrire percorsi formativi per l’indotto upstream e trasmettere alle   risorse locali il know-how necessario a contribuire   allo sviluppo dell’industria mineraria degli idrocarburi. Si tratta di una struttura permanente a disposizione delle imprese associate, che utilizzano il centro per formare o riqualificare personale proprio e per attingervi risorse con competenze funzionali allo sviluppo del loro business nel mercato locale, nazionale ed internazionale. I corsi del centro sono aperti anche ad altre imprese interessate a fare acquisire ai propri dipendenti esperienze tecnologiche ed industriali avanzate.

 

Altro tipo di iniziativa è “InventaGIOVANI” promosso dalla Shell dal 2010, un programma che non fornisce strumenti finanziari ma offre aiuto, orientamento ed un sostegno pratico ai giovani che desiderano iniziare una propria attività imprenditoriale, garantendo l’accesso alle competenze necessarie per valutare e decidere se intraprendere una loro attività e guidarli nella redazione e nella valutazione del piano aziendale (business plan).

 

Tutte queste iniziative rappresentano un impegno volto a rendere il territorio fertile per la crescita di una cultura industriale dinamica e produttiva in grado integrarsi con le attività delle compagnie petrolifere e dell’intera catena del valore. I tempi della cultura sono tuttavia necessariamente lenti e graduali cosicché è lecito attendersi lo sviluppo di un distretto petrolifero in Val d’Agri ed una più consistente partecipazione di imprese e popolazione locale alle sue attività produttive.